La marina americana e il gelato

 

Si narra che nel ‘42, mentre i siluri giapponesi affondavano la USS Lexington, la seconda portaerei più grande della marina americana, l’equipaggio abbandonò la nave non prima di entrare nella cella freezer per accaparrarsi tutto il gelato. I sopravvissuti testimoniarono poi di aver riempito i loro caschi di gelato per mangiarlo fino a lucidarli, prima di calarsi nel Pacifico.
Nel ‘43 i bombardieri americani scoprirono come fare il gelato legando i secchi con le miscele nello scompartimento dei cannonieri, prima delle missioni. La miscela si sarebbe quindi trasformata in gelato a causa delle vibrazioni e delle basse temperature in quota. I soldati a terra riferivano di crearsi il gelato nei loro caschi, mescolando neve con barrette di cioccolato sciolte.
La storia è piena di aneddoti del genere, in cui il gelato sembra essere un veicolo di fugace rifugio dalle pene del momento. Insomma arrangiarsi con dolcezza.

La questione viene tenuta in gran conto anche da autorità, medici e ricercatori. Innumerevoli sono gli studi scientifici che comprovano l’utilità del gelato in diversi ambiti: dall’alimentazione di pazienti oncologici, alla dieta per alcune depressioni e disturbi alimentari a quella di molti anziani. A patto naturalmente che il gelato sia formulato e prodotto con tutti i crismi.

Provate ad entrare in un ospedale offrendo del gelato e vedrete l’impatto emotivo che ne consegue. E proprio per questo diversi ospedali lo hanno introdotto, con risultati significativi in termini di qualità della vita, anche sotto l’aspetto della salute nutrizionale.
E come potrebbe essere altrimenti. ​​ Il gelato è un dolce con una relativamente bassa densità energetica, che impatta in modo ridotto sulla risposta glicemica (da studi effettuati addirittura su pazienti diabetici), inoltre se ben fatto è ricco di fibre con basso contenuto di zuccheri semplici. E la sua particolare forma di consumo e alta digeribilità permette ad un’ampia categoria di pazienti di beneficiarne.
Ricordo di aver portato gelato tempo fa a un bambino in chemioterapia che non mangiava altro. La madre ci osservava come fossimo i migliori medici per il figlio. Dunque non è solo l’impatto nutrizionale, ma anche, e talvolta soprattutto, psicologico a trarne vantaggio.
Il gelato fa sognare e ricordare, un
alimento tra i pochissimi che può essere consumato in pubblico senza posate, e senza destare ammonimenti per una macchietta sulla camicia pulita.
P
er qualcuno rappresenta un’esperienza persino proustiana:

Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita...non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale.”

Come si adattano bene queste parole alla situazione odierna, vero?

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